BaRAP Obama

Alla ricerca di conferme

Ciao. Non ho nulla da dirvi prima delle cose che ho da dirvi, quindi iniziamo subito. Ah, vi chiedo di leggere fino alla fine, ho un paio di domanda da farvi prima di salutarci.

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Ieri mi è arrivato il nuovo libro di Barack Obama, lo chiamano memoir, quelli seri, per cui lo chiameremo così anche noi. Sono circa 800 pagine, tra l’altro stampate- almeno in Italia - sulla carta velina, per cui anche solo sfogliarlo è un’ansia pazzesca. Ne ho letto una piccola parte, la prima e c’entra davvero poco con la nostra piccola setta, per cui non ci addentreremo nel dettaglio della sua adolescenza o dei libri che si leggeva per sdraiare durante la sua giovane età.

Quello che ci lega a A Promised Land, invece, è un’intervista realizzata a The Atlantic, in cui - come poi in realtà fa nel libro - analizza il motivo per il quale gli sia succeduto un personaggio come Donald Trump. Ora, questa non sarà un’analisi politica né tantomeno un bel posto in cui stappare lo champagne per la vittoria della democrazia (spoiler, non avrebbe vinto in alcun caso), ma all’interno di tutta una serie di riflessioni più ampie, c’è un passaggio che è molto interessante, a mio avviso:


Yes, and it’s this indication of parts of popular culture that I’ve missed. It’s interesting—people are writing about the fact that Trump increased his support among Black men [in the 2020 presidential election], and the occasional rapper who supported Trump. I have to remind myself that if you listen to rap music, it’s all about the bling, the women, the money. A lot of rap videos are using the same measures of what it means to be successful as Donald Trump is. Everything is gold-plated. That insinuates itself and seeps into the culture.

Michelle and I were talking about the fact that although we grew up in very different places, we were both very much working-class, lower-middle-class, in terms of income, and we weren’t subject day-to-day to the sense that if you don’t have this stuff then you are somehow not worthy. America has always had a caste system—rich and poor, not just racially but economically—but it wasn’t in your face most of the time when I was growing up. Then you start seeing Lifestyles of the Rich and Famous, that sense that either you’ve got it or you’re a loser. And Donald Trump epitomizes that cultural movement that is deeply ingrained now in American culture.


Ora, al di là dell’analisi dell’incremento del successo di Trump “among Black men” e del legame con il fatto che degli influencer come i rapper abbiano apertamente supportato il presidente uscente, che trovo delle analisi anche un po’ superficiali (di cui tra l’altro ho anche già parlato in una vecchia puntata), quello che è interessante è un legame tra l’imbruttimento della società in generale e il rap. “Parla tutto di bling, donne e soldi. Un sacco di video rap si mostrano come sintomo di successo un sacco di cose che sarebbero sintomo di successo anche per Donald Trump”.

Non è certo Barack Obama il primo a dire una cosa del genere, miei cari lettori è arrivato anche per questa newsletter quel momento si cita quell’autore lì che ti dà una parvenza di fascino e saggezza, Mark Fisher per esempio sia in Realismo Capitalista che in Ghost Of My Life torna più volte su quanto non sia un caso che dagli anni ‘90 in poi il rap sia la musica più ascoltata: dal tentativo iniziale di poter giocare al gioco del consumismo sfrenato, fino all’insoddisfazione eterea ed eterna che l’edonismo provoca su chi ha già tutto. In Italia, un caso abbastanza emblematico, è Sfera Ebbasta. Anche un’analisi piuttosto superficiale di un suo brano degli inizi e del suo penultimo singolo “Bottiglie Privé” è sintomatico di quanto teorizzava Fisher.

Tanti amici nella via entrano bendati / Fanno tirar su le mani nei supermercati / Questo pezzo fra' è per quelli meno fortunati / Che non hanno mai avuto il rap a salvarli” e ancora “Io so / Che cambierà tutto fra' come un presagio / Come se tutto ora fosse un passaggio / Come scalare la vetta del mondo / E sedersi sul prato a godersi il paesaggio” per poi esplodere nel ritornello dicendo che tutto ciò che riguarda gli altri ragazzi “normali” (stare con la tipa, gli attori, i motori, il calcio e persino la scuola) non fanno per lui.

Qualcosa come 5 anni dopo, quando Sfera è finalmente “Famoso”, come recita il suo ultimo album, ecco che subentra la tristezza edonista, l’insoddisfazione perpetua che questa società ha plasmato a immagine e somiglianza di ogni essere umano: “Tutto cambia, nulla resta uguale / Tranne l'amore di tua madre / La gente cambia, il cash ti cambia / Più ne fai e più non ti basta” per poi anche qui dire tutto nel ritornello: “Bottiglie privè / Non valgono niente / No, queste modelle, non sono come te / Mi guardi e mi dici: "Per me sei lo stesso di sempre" / Ma so che mi menti e non capisco perché”.

Sfera è dunque solo l’ennesimo esempio della spirale tutt’altro che virtuosa che la società in cui viviamo ci porta a compiere e porta, soprattutto, i nostri punti di riferimento a compiere per dimostrarsi in qualche modo come chi li ascolta, senza essere davvero la stessa cosa.

Quello di Sfera è ovviamente solo un esempio come se ne potrebbero fare un milione, non c’entra neanche molto con il discorso di Obama e anzi, è un bene che l’artista più venduto in Italia sia un qualcuno che dei soliti cliché ne rispecchia solo una minutissima parte - anche a questo è probabilmente dovuto il suo successo.

Tornando dunque a noi e chiudendo la parentesi atta a stupirci di quanto un uomo morto quasi quattro anni fa sappia cogliere lo zeitgeist meglio di chi questi tempi li vive, ciò che dice Obama è di una banalità sconcertante, ma perché per noi è così difficile venirne a patti?

Non è un caso che il rap sia il genere più ascoltato del momento, quello che meglio di ogni altro ha saputo scacciare quel gigantesco mostro nella stanza fatto di sole cuore e amore e ci ha dato qualcosa che parlasse realmente la lingua del momento. Come ogni cosa, poi, mangiata dal pop ecco che gli stilemi cambiano, il linguaggio cambia e il rap diventa anche altro, ma non siamo qui per fare i Red Ronnie della situa.

Non so in realtà dare una risposta a quello che dice Obama. Per anni, appunto, la forza del rap è stata quella di rispecchiare appieno lo spirito del tempo, descrivere la società che - specie con la visione completamente storta degli Stati Uniti - sembrava sempre in costante progressione. Oggi quell’apparente progresso si è fermato, “a volte andare avanti è andare indietro” diceva qualcuno, ed effettivamente ciò che stiamo vivendo sembra confermarlo. In Italia, per esempio, nel 2020 stiamo ancora discutendo di BlackFace chiedendoci “Vabbe’, ma che fastidio dà?” mentre un nero italiano quasi con le lacrime agli occhi e con una calma serafica ci scongiura di smetterla con questa pratica barbara. Sembra di stare dentro una grossa barzelletta.

Eppure Donald Trump è stato un simbolo del rap da sempre e per sempre, è davvero “il rap di oggi” a supportare le idee di Trump? Probabilmente no. Ogni tanto, però, ascoltando le nuove uscite, mi rendo conto che questa rincorsa allo sfarzo abbia assunto la sua forma più carnevalesca ed essenziale. Se i Dogo avevano al loro interno una sorta di voglia di riscatto che non era sociale, ma che era un urlo del tipo “il mondo non è Sanremo”, per semplificare al massimo e lo stesso Sfera, per esempio, è riuscito come una bella serie TV a descriverci appieno il processo di scalata alla vetta di un uomo “normale”, ai margini della società, che vive nel buco del culo del mondo e arriva a petto nudo in versione 10x a Times Square, l’idea è che oggi si cerchi sempre di più una sorta di sensazionalismo che porta, per esempio, a fingersi un Crips a San Siro o berciare contro il CoVid su Instagram perché si è giovani, freschi, si fanno gli zompi e si ha voglia di fatturare.

Se prima la scalata era tale, era una conseguenza del percorso, tanto che ormai il pluricitato Sfera ci ha messo 5 anni a compierla, oggi invece è così tanto assorbita all’interno della narrazione che già dal secondo singolo l’impressione da far passare è quella di avercela fatta, perché tutto il percorso per farcela è una storia già raccontata, bisogna andare più veloci oggi, per non perdere l’attenzione di chi guarda. Tutto subito, ciò che voglio lo ottengo, ma non perché sono Confucio, ma perché se non l’ottengo faccio un casino, come Trump barricato dentro la Casa Bianca che non vuole uscire. Quindi: cosa deve fare il rap per parlare di oggi? O lo sta già facendo ed è là fuori che qualcosa deve cambiare?

¯\_(ツ)_/¯

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Puntata un po’ confusa, me ne rendo conto, volevo dire altro mentre ho iniziato a scrivere, invece è venuto fuori quello che avete letto. Bene, la prima domanda a cui rispondere l’avete nel corpo dell’articolo, non è una domanda retorica, io non ho una risposta, vorrei me la deste voi.

La seconda è: negli scorsi giorni ho fatto un paio di chiacchierate in live su Twitch con il mio amico Kaz e in qualche modo mi sono divertito. Ora, non so mai se avrò la costanza di fare davvero qualcosa del genere, però per una serie di contingenze della vita ho anche dovuto comprare un microfono, quindi mi sono detto: ma se alcuni di questi pipponi mentali li commentassi sulla piattaforma viola in live con qualcuno? Ecco la seconda domanda. Per voi avrebbe senso? È tardi? C’ho 30 anni dove voglio andare? In ogni caso: io ho un profilo per i cazzi miei per seguire le live che mi piacciono e rompere i coglioni in chat ai miei amici, una possibile risposta potrebbe essere seguirmi, così che inizi a capire che qualche sciroppato come me c’è. Puoi seguirmi qui: https://www.twitch.tv/paperboi_it . Per ogni altra domanda puoi rispondere via mail.

Infine: domani mattina esce una nuova newsletter. Chiudendo un occhio sul fatto che sia palesemente copiata da Paper Boi, vi invito ad iscrivervi a Montague di Francesco Abazia, che ogni domenica si riguarda una puntata di Atlanta e ne trae delle riflessioni sugli States di oggi. Vi iscrivete qui.

Fine di tutte le cose che volevo chiedervi, spero di ricevere le vostre risposte, non siate timidi. VVB.